Trentacinque dopo lo scandalo edilizio di Parma

Era il 1975 quando a Parma scoppiò uno scandalo edilizio che travolse la politica locale e tutto il sistema di potere che governava la città.

Per ragioni anagrafiche, molti, compreso chi scrive, conservano di allora solo una memoria indiretta, ricostruita attraverso i documenti superstiti.

Alla base c’era un affare da decine di miliardi di lire, legato al progetto di centro direzionale che avrebbe dovuto sorgere in un’area di via Montebello. Una società privata aveva acquistato l’area al prezzo di circa 5 mila lire al metro quadrato, quando essa era ancora vincolata nel Piano Regolatore ad intervento esclusivamente pubblico. In seguito il Comune mutò la destinazione urbanistica ad area per centro direzionale, provocando così un’improvvisa lievitazione del valore, sino a circa 100 mila lire al metro. Un guadagno speculativo enorme, pari a venti volte l’investimento iniziale, di cui, in forma diretta o indiretta, avrebbero beneficiato politici, tecnici, gli stessi partiti (il PSI ed il PCI, soprattutto, ma anche pezzi della DC).

Ci fu una denuncia pubblica, ci fu un’indagine, ci furono rinvii a giudizio, ci furono condanne.

Molti degli indagati pagarono le loro colpe con il carcere e con un gogna mediatica.

Oggi non interessa una rievocazione dei nomi di chi allora finì nella rete dello scandalo. Anzi, possiamo oggi dire a posteriori che chi pagò di persona, lo fece anche per altri che seguirono, in una sorta di piccola catarsi locale ad effetto prolungato.

Interessa invece molto di più quello che, in positivo, si generò attorno.

Lo scandalo trovò la forza di deflagrare perché alcuni ebbero il coraggio della denuncia, attivando un moto collettivo, trasversale alle appartenenze politiche ed ai ruoli: dalla lenzuolata in Piazza Pilotta di Cristina Quintavalla, alle interrogazioni dai banchi della minoranza in Consiglio Comunale di Andrea Borri, all’impegno di un giovane PM come GerardoLa Guardia, al lavoro certosino di ricerca della verità da parte di tanti. Era il segno che, a fianco di una città corrotta, che usava la politica per i propri affari, ce n’era un’altra capace di reazione e di impegno civile.

Parma ha vissuto nei decenni successivi periodi alterni, in cui si è passati dalla furia moralizzatrice della seconda metà degli anni settanta, sino all’urbanistica allegra delegata agli “agenti immobiliari” negli anni ottanta.

Quanto ad oggi, possiamo dire che si sono trasformate le modalità ma non si è affatto spezzato il filo diretto che ha collegato per anni, sia pure con discontinuità, politica e affari.

La politica è cambiata, ma nel senso che essa appare ancora più debole che nel passato, avendo smarrito buona parte della propria residua indipendenza.

Un effetto paradossale che ne deriva è che la corruzione, anche ammesso che ancora esista, risulta oggi sostanzialmente superflua, in un sistema in cui la politica risponde direttamente agli interessi che la dominano, che quindi non hanno bisogno di elargire tangenti.

I meccanismi non appaiono neppure tanto nascosti.

Da una parte ci sono pochi gruppi di potere, forti ed influenti, che usano la politica per potere attuare i loro interventi di vasta scala, a più elevata redditività. Le amministrazioni, controllate o fortemente condizionate, non possono che assumere come proprie queste scelte. Parliamo di grandi insediamenti residenziali, commerciali, produttivi, investimenti privati ed opere pubbliche.

A margine, vi sono pezzi della politica che operano in proprio per promuovere posizioni individuali, sia di carattere professionale, sia direttamente inerenti interessi immobiliari.

Accanto a questo si nascondono vaste zone opache nella gestione del commercio delle aree, nell’intermediazione del mercato immobiliare, nella stessa attuazione degli strumenti urbanistici.

In mezzo c’è la risorsa territorio, vittima sacrificale di un sistema che induce nel mercato una domanda fittizia, derivata dall’offerta di quantità non giustificate di immobili, a prezzi gonfiati dalla speculazione. E che è la ragione prima dello spreco ambientale in atto.

Ma in mezzo c’è anche la credibilità della stessa democrazia.

Questo sembra avvenire nel silenzio dei partiti, delle associazioni di categoria, della società civile, dell’informazione. Dal settantacinque ad oggi molto è cambiato nella cultura e nelle attitudini della città. Ma soprattutto sembra smarrita la tensione morale che caratterizzò quella pagina di storia locale.

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